Lavorando come educatrice cinofila mi capita spesso di ascoltare i racconti dei proprietari dei cani che seguo. Durante le consulenze o le lezioni mi riportano le frasi che si sentono dire da amici, parenti, passanti al parco o perfetti sconosciuti quando il loro cane fa qualcosa considerato “sbagliato”.
La cosa che mi ha sempre colpito è che dietro molti di questi commenti si nasconde una dinamica molto diffusa: la tendenza a dividere i cani in due categorie molto semplici, i cani “bravi” e i cani “non bravi”.
Se un cane è tranquillo, educato, non tira al guinzaglio, non abbaia troppo e rimane composto in presenza di persone o altri cani, spesso il commento è:
“Che fortuna, è un cane facile.”
Se invece abbaia, tira al guinzaglio, salta addosso alle persone o si agita molto quando vede altri cani, allora il commento cambia:
“Non lo sai educare.”
In altre parole, quando le cose vanno bene è fortuna.
Quando qualcosa non funziona, invece, la responsabilità diventa improvvisamente molto chiara.
Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo davvero: chi decide cosa significa avere un cane “bravo”?
Molto spesso non si tratta di stabilire se un comportamento sia davvero problematico per il cane, ma semplicemente se quel comportamento sia più o meno accettato dalla società umana.
Un cane che abbaia quando qualcuno passa vicino al cancello sta facendo qualcosa di perfettamente normale per la sua specie. Un cane che si eccita quando vede altri cani, che tira al guinzaglio perché vuole esplorare o che salta addosso alle persone perché è felice di salutarle non sta necessariamente mostrando un problema comportamentale: sta esprimendo comportamenti naturali che però possono risultare poco gestibili o poco graditi in un contesto sociale umano.
Questo non significa che educare un cane non sia importante. Al contrario: l’educazione è fondamentale perché permette al cane e alla persona che vive con lui di muoversi in modo più sereno all’interno della società.
Ma educare non significa cancellare la natura di un individuo.
Significa aiutarlo a trovare modi sostenibili per esprimere i suoi comportamenti all’interno del mondo in cui vive, tenendo conto dei suoi bisogni, del suo temperamento e delle sue caratteristiche.
C’è poi un altro aspetto che spesso passa inosservato: l’idea che un cane tranquillo sia automaticamente un cane senza problemi.
Un cane calmo, silenzioso, molto controllato o estremamente immobile viene spesso percepito come il cane perfetto. Ma chi lavora con i cani sa che la calma apparente non è sempre sinonimo di benessere.
Alcuni cani molto “tranquilli” sono semplicemente cani con un temperamento più stabile e rilassato. Altri, invece, sono cani che hanno imparato a inibire molto i loro comportamenti, oppure cani insicuri, molto cauti o addirittura in uno stato di stress che li porta a bloccarsi.
La tranquillità, da sola, non racconta tutta la storia.
Questa dinamica del “bravo” non riguarda però solo i cani. In modo diverso, ma sorprendentemente simile, esiste anche quando si parla di bambini.
Anche i bambini vengono spesso divisi in due categorie molto semplici: i bambini “bravi” e quelli che “danno problemi”.
Un bambino tranquillo, che non protesta troppo, che si comporta in modo composto nei contesti pubblici e che non crea troppo disturbo viene facilmente definito “un bambino buono”. Spesso il commento che si sente è: “Che fortuna, è un bambino così bravo”.
Quando invece un bambino piange, si arrabbia, fa un capriccio o attraversa una fase più turbolenta, il giudizio si sposta rapidamente sugli adulti che se ne occupano: “Non sanno educarlo”.
Anche qui la linea tra comportamento accettabile e comportamento “sbagliato” è spesso una linea sociale, più che evolutiva. Molti comportamenti dei bambini fanno parte del loro sviluppo emotivo e della loro crescita, proprio come molti comportamenti dei cani fanno parte del loro modo naturale di stare nel mondo.
C’è poi un’altra esperienza che accomuna molti proprietari di cani e molti genitori: la quantità di consigli non richiesti che ricevono.
“Devi fare così.”
“Non devi fare cosà.”
“Se fai così lo vizi.”
“Io ho sempre fatto in quest’altro modo.”
Spesso queste frasi nascono con l’intenzione di aiutare, ma arrivano come prescrizioni più che come suggerimenti. Non tengono conto della relazione specifica tra l’individuo e la persona che se ne prende cura, né della complessità delle situazioni quotidiane.
Nel mio lavoro cerco di evitare il più possibile la parola “devi”. Anche quando sto parlando con persone che mi hanno chiamata proprio per chiedere un aiuto professionale. Preferisco spiegare, proporre alternative, aiutare a osservare meglio il comportamento del cane e capire cosa potrebbe funzionare in quel contesto.
Perché educare non significa applicare una ricetta universale.
Significa osservare un individuo, comprenderne i bisogni, adattarsi al suo temperamento e costruire una relazione che permetta a entrambi di muoversi meglio nel mondo.
Questa è forse la cosa più importante che lavorare con i cani mi ha insegnato: il comportamento raramente ha una sola causa e quasi mai è utile cercare un colpevole.
È molto più utile cercare di capire.
Forse dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso quando osserviamo il comportamento di un individuo, di qualsiasi specie esso sia
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