Non tutto ciò che viene chiamato “amore per il proprio cane” è amore.
Spesso è dipendenza.
Spesso è fusione.
Spesso è narcisismo travestito da dedizione.
Nel nostro lavoro lo vediamo ogni giorno.
Persone che parlano solo del proprio cane, tollerano la frustrazione del cane, non accettano che abbia bisogni diversi dai loro e interpretano ogni comportamento come un “lo fa perché mi ama”.
Qui non c’è relazione.
C’è appropriazione.
Il cane diventa così il figlio perfetto, il partner che non contraddice, lo specchio che riflette solo approvazione.
È una relazione asimmetrica in cui l’umano si nutre emotivamente del cane più di quanto lo comprenda.
L’approccio cognitivo vede il cane come una mente a sé. Un individuo con motivazioni, emozioni, strategie e competenze sociali proprie.
Non è un peluche.
Non è una terapia ambulante.
Non è una dichiarazione morale.
Erich Fromm, ne L’arte di amare, distingue l’amore maturo da quello simbiotico.
L’amore maturo dice: “Voglio che tu sia pienamente ciò che sei.”
L’amore simbiotico dice: “Ho bisogno che tu mi faccia sentire completo.”
Molti proprietari non vogliono un cane autonomo. Vogliono un cane dipendente.
E questa non è educazione.
È controllo emotivo.
Quando una persona parla solo del proprio cane evita la vulnerabilità umana, evita conflitti reali, evita confronto.
Il cane diventa zona sicura.
Ma una relazione sana con un cane dovrebbe ampliare le competenze sociali, non sostituirle.
Un cane equilibrato è quello che sa stare nel mondo, non quello che vive in una bolla emotiva con il proprietario.
E un umano equilibrato non riduce il proprio universo relazionale ad un’unica specie.
La responsabilità educativa: cosa trasmettiamo ai bambini?
Qui la questione si fa ancora più delicata.
Se un adulto vive il cane come centro assoluto della propria identità, una creatura fragile da idolatrare o un sostituto relazionale, il bambino apprende un modello preciso.
Impara che l’amore è fusione, che l’altro esiste per consolare, che la frustrazione va evitata e che i confini non sono necessari.
Ma educare un bambino alla relazione con il cane dovrebbe significare l’opposto.
Significa insegnare che Il cane ha diritto al proprio spazio, che il il “no” del cane è legittimo, che l’empatia include il rispetto dei limiti e che l’amore non è possesso.
Il cane è un soggetto competente. Trasmettere questa visione ai bambini significa educarli alla complessità della diversità.
Un bambino che impara a leggere i segnali, a rispettare la distanza, a tollerare che il cane si allontani, sta imparando qualcosa che va oltre la cinofilia: sta imparando la struttura stessa delle relazioni sane.
Se invece insegniamo che “il nostro cane ci ama più di chiunque altro” e che “gli animali sono meglio delle persone”, stiamo piantando un seme di ritiro emotivo precoce.
Amare il proprio cane non è una malattia.
Ma trasformarlo nell’unico centro affettivo sì.
E quando questo modello viene normalizzato davanti ai bambini, il rischio è duplice: avremo da una parte cani caricati di responsabilità emotive che non competono loro e, dall’altra parte, futuri adulti incapaci di sostenere relazioni complesse tra pari.
Amare un cane in modo maturo significa mostrargli rispetto.
Amare un cane in modo educativo significa insegnare il rispetto attraverso di lui.
Chi ama davvero i cani non li usa per riempire vuoti.
Li riconosce come altri diversi da sé.
E forse la forma più alta di amore è proprio questa: non chiedere loro di essere la soluzione alle nostre fragilità
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